Roberto Almada su ottimismo, speranza, fede e gioia
Ottimismo, speranza, fede e gioia
Il Copresidente dei Focolari Roberto Almada dialoga con Victor Perton
Quest’anno ho lavorato con una tavola rotonda interreligiosa per la pace mentre preparava la propria proposta alla Royal Commission on Antisemitism and Social Cohesion, e mentre riflettevamo insieme sulla costruzione concreta della pace.
Tra le persone più interessanti attorno al tavolo vi sono stati alcuni membri del Movimento dei Focolari, un movimento cattolico globale fondato da Chiara Lubich e dedicato all’unità, all’amore, al dialogo e alla fraternità tra comunità, culture e fedi diverse. Studiando ciò che rappresentano, leggendo le parole del Papa al loro incontro annuale e approfondendo il loro impegno a costruire relazioni attraverso le differenze, un commento in particolare ha attirato la mia attenzione.
Al nuovo Copresidente del Movimento dei Focolari, Roberto Almada, è stato chiesto quale fosse la sua forza. Roberto ha risposto: “La mia forza? Direi che è legata a questo motto: riesco a rimanere calmo nei momenti di crisi. Ho una sorta di ‘ottimismo tragico’.”
Quella frase ha subito risuonato in me. L’idea di ottimismo tragico di Viktor Frankl ha da tempo un ruolo importante nel mio lavoro sull’ottimismo: la capacità di trovare significato, responsabilità e possibilità anche di fronte alla sofferenza, alla colpa e alla morte.
Così ho posto a Roberto Almada la mia domanda preferita: “Che cosa la rende ottimista?”
La sua risposta è profonda, ricca e generosa. In questa conversazione riflette su ottimismo, speranza, fede, gioia serena, umorismo, l’influenza di Viktor Frankl, la spiritualità di Chiara Lubich, l’impegno dei Focolari per le relazioni e il ruolo dell’ottimismo nella costruzione della pace.
In un tempo in cui il mondo ha bisogno di più costruttori di ponti, Roberto Almada offre una visione profondamente umana dell’ottimismo, radicata nell’amore, nel significato, nel servizio e nell’unità.
Victor Perton: Che cosa la rende ottimista?
Roberto Almada: Credo che ci si possa dire ottimisti quando, per esperienza e anche per convinzione, si sperimenta un profondo legame in situazioni che di fatto sono tristi, o dolorose, ma nel momento in cui le si vive, si nota che ad un certo punto avviene una svolta nella quale si trova un senso e per la quale si giunge ad una certa gioia. Non parlo di una gioia superficiale, ma una gioia “serena”. Questo è legato anche all'umorismo. Penso che l'umorismo – soprattutto quando si è capaci di ridere di sé stessi –, aiuti a comprendere che nel limite e nei propri difetti ci sono delle cose simpatiche che possono evidenziare anche il lato positivo di una questione che normalmente sarebbe negativa.
Inoltre, la fede mi fa pensare ad una evoluzione delle persone, dell'umanità, del cosmo; ad un'evoluzione sempre più positiva verso quello che chiamiamo noi cristiani, la realizzazione del Cristo totale in ogni realtà, in ogni persona, in ogni essere. Questa è la teoria del famoso padre gesuita Teilhard de Chardin che ha sviluppato un evoluzionismo finalista. Vuol dire, a differenza di Darwin, l'evoluzionismo di Teilhard de Chardin è un evoluzionismo che guarda piuttosto al modello finale, che sarebbe Gesù. Tra i primi focolarini c’era Piero Pasolini, italiano, che era un grande studioso di Teilhard e noi da giovani leggevamo i suoi libri. Di uno mi ricordo il titolo: "Il meglio sta sempre per arrivare, il futuro è migliore di ogni passato." Questa convinzione fa sì che si guardi l'umanità, la propria vita, la vita degli altri, sempre in divenire, come ad un processo. Gesù ci direbbe: sempre “partorendo”; un parto che dà vita a qualcosa che è migliore di quanto si sta vivendo.
VP: Qual è il rapporto tra fede e ottimismo nella vita e lavoro?
Roberto Almada: Soprattutto nell’ambito lavorativo Chiara Lubich, la nostra fondatrice, ci ha insegnato che in realtà non lavoriamo mai da soli. Normalmente cerchiamo di lavorare in squadra e questo è molto bello. Poi sappiamo che Dio e sempre al nostro fianco e questo Chiara ce l'ha insegnato perché lei faceva ogni cosa con Dio accanto. Questo fa sì che si senta meno pesante il lavoro e si sperimenti una specie di sollievo. Viktor Frankl diceva: “In ogni cosa che facciamo, l'intenzione è nostra, ma l'effetto è di Dio”. Questa idea che non siamo responsabili totalmente dell’effetto, ma lo siamo invece dell’impegno che ci mettiamo nel fare ciò che dobbiamo, fa sì che possiamo essere più ottimisti rispetto a quello che facciamo. Se io pensassi di poter fare delle cose per il bene di tutti – anche belle o grandi – solo con le mie qualità, capacità e possibilità avrei qualche perplessità; ma se penso che lo faccio con Dio e se penso che il 99% dell'efficacia dipende da Lui, allora mi muovo con più libertà, con più leggerezza e ottimismo.
VP:Come vedi il rapporto tra speranza e ottimismo?
Roberto Almada: Penso che l'ottimismo senza speranza sia un qualcosa di molto “povero”. Sarebbe una specie di psicologia positiva, possiamo dire, ma resterebbe nell'ambito della psicologia spirituale, come fosse una ricetta per vivere nel benessere personale che è comunque una cosa buona, ma la speranza dà apertura all'ottimismo. Penso che la speranza apra all'ottimismo, ad una realizzazione che va oltre a quello che possiamo immaginare. E questo è proprio della speranza.
VP: Che cosa significa per lei, nella pratica, “ottimismo tragico”?
Roberto Almada: Significa “ottenere l'ottimo” dalla tragedia e Viktor Frankl si riferisce a tre situazioni limite della persona umana: nessuno può vivere senza sbagliare, nessuno può vivere senza soffrire e nessuno può evitare la morte.
Allora, cos'è l'ottimismo tragico? Cosa è il meglio che si può trarre dal senso di colpa? È la capacità di riconoscerci limitati, di poter cambiare, e dunque, migliorare. La capacità di migliorare rispetto ai nostri sbagli è ciò che possiamo definire “l'ottimismo della colpa”. Poi c’è “l'ottimismo della sofferenza”, che è la capacità di offrire quello che soffriamo per gli altri. Certamente chi lavora per il Movimento dei Focolari, cercando di migliorarlo, talvolta deve impegnarsi e questo comporta delle scelte, come quella di dedicare meno tempo alla propria vita personale. E questo provoca sofferenza. Poi c’è la morte. Chiara (Luce) Badano è una ragazza che faceva parte del nostro movimento e che è morta nel 1990; era giovanissima e ci ha lasciato per una malattia aggressiva. Ora la Chiesa Cattolica l’ha proclamata “beata”. Lei diceva: “Abbiamo una vita sola”. Questo ci dice che ogni momento è importante e che bisogna vivere bene l’unica vita che abbiamo. Questo pensiero ci porta a dare il meglio di noi, ma parte dall'idea della morte. Ecco che cos’è l’ottimismo tragico: ottenere l'ottimo dalla colpa, l'ottimo dalla sofferenza e l'ottimo dalla morte.
VP: Lei si è formato come medico, psichiatra e psicoterapeuta, e ha seguito la scuola di Viktor Frankl. In che modo questa formazione ha plasmato la Sua comprensione dell’ottimismo, del significato e dell’accompagnamento?
Roberto Almada: Per Viktor Frankl la capacità di una persona malata di poter star meglio dipende dalla sua dimensione spirituale interiore, che è in qualche modo scollegata dalla malattia. Ciò significa – secondo Frankl – che questa “risorsa” non si ammala e quindi potrebbe favorire la guarigione o almeno migliorare la situazione del malato. Questo è ciò che il grande psichiatra e filosofo chiamava il “credo psichiatrico”. Ha coniato questa definizione per spiegare perché era diventato psichiatra: per servire l'essere spirituale di ogni persona che egli intende come una risorsa, una resilienza sempre presente.
VP: Lei ha raccontato di aver scoperto il Movimento dei Focolari in una Mariapoli nel 1976, e di essere rimasto colpito da una comunità organizzata nell’amore, anche nelle cose semplici. Che cosa Le ha insegnato quel momento sull’ottimismo, sull’unità e sul bene comune?
Roberto Almada: In quel tempo stavo vivendo un momento tragico. Ero un'adolescente e studiavo Medicina ma con un grande senso di delusione e fallimento riguardo le mie convinzioni politiche e sociali. Per questo la Mariapoli mi si è presentata come un piccolo bozzetto di società – come lei dice – una comunità organizzata nell'amore e questo mi ha fatto comprendere che non tutto era perso. Lì ho imparato che, al di là delle cose che vanno male nel Paese, magari si apre una finestra o una porta e tu scopri che in uno spazio di tempo e in un’organizzazione le cose, magari, vanno bene. Ci sono piccole organizzazioni che funzionano e ci fanno pensare che tutto l’organismo sociale potrebbe funzionare bene e, come lei dice, questo mi ha rafforzato, mi ha fatto essere ottimista.
VP: Lei ha lavorato con famiglie, giovani, sacerdoti, educatori, migranti e comunità, spesso attorno ai temi del burnout, della missione e della riscoperta del significato. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze su come l’ottimismo rafforza la resilienza?
Roberto Almada: Penso che se l'ottimismo ci apre alla ricerca di senso e ci fa uscire da noi stessi per stare con quella persona con cui dobbiamo stare in quel momento, o fare il lavoro che dobbiamo fare ora; se noi ci apriamo al senso, alla vita, allora Dio, attraverso le circostanze, ci ridanno una sensazione di soddisfazione, direi una gioia particolare e anche se abbiamo l’impressione di aver fatto poco, nasce dentro una soddisfazione di aver fatto la cosa giusta. Questo fa sì che si rafforzi la resilienza, perché nella gioia, nella serenità e nella pace uno può continuare a vivere, passo dopo passo. In genere nel burnout uno entra in una forte crisi e chi lavora per gli altri, capisce il proprio limite. Cosa vuol dire? Che non deve far più niente? No, vuol dire che deve ridimensionare quello che sta facendo.
Guarda, magari quello che possiamo fare noi è poco, è limitato… però non è questo il punto. Il punto è: se in quel piccolo spazio in cui siamo riusciamo a esserci davvero, con responsabilità, con attenzione, facendo le cose bene… allora abbiamo fatto la nostra parte, e questo comporta continuità nella resilienza. Non serve per forza avere un impatto enorme o arrivare ovunque; a volte è proprio nelle cose piccole, in quello che abbiamo davanti ogni giorno, che possiamo fare la differenza. E se lo facciamo con impegno e consapevolezza, basta quello. Davvero.
Victor Perton: Lei ha descritto la vita dei Focolari come un servizio all’interno di una struttura di relazioni, un ponte tra la vita umana e la vita di Dio. In che modo questo plasma la Sua comprensione di una costruzione della pace ottimistica?
Roberto Almada: Certamente, ciò che dà senso alla nostra vita sono i rapporti, le relazioni. Nel nostro movimento crediamo fortemente che la relazione può essere abitata da Dio, non solo l'anima di ogni singolo essere, ma anche il vincolo tra di essi. Anche in base alla frase del Vangelo che ha colpito tanto Chiara Lubich, la nostra fondatrice, “Dove due e tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo ad essi” (Mt. 18,20), Gesù non solo è in ognuno, ma in mezzo a loro; nel rapporto, nella relazione, in questi ponti che si costruiscono tra persone. Questo ci dà una grande felicità, perché la trascendenza ci fa capire il senso della vita, ci dà gioia, pace. Perciò i gruppi di lavoro o meno possono essere fondati sull'amore vero – cioè sulla sinergia tra quanti lavorano o operano insieme – può trattarsi di un matrimonio, di una squadra di calcio, un gruppo di studio o di lavoro in un'azienda. Se questo gruppo di lavoro ha rapporti aperti, sinceri, di aiuto vicendevole, vedremo la realtà trasformarsi, grazie a questa presenza trascendente nel rapporto. Pensiamo ai gruppi di auto-aiuto che tanto hanno supportato le persone a uscire dalle dipendenze e che sono caratterizzati da una forte relazionalità. È questa che permette l'emozione, l'onestà; aiuta a capire le proprie ferite e ad accettare la vergogna di essere caduto nella dipendenza. Ed è proprio questo forte legame che è costitutivo del gruppo, che consente di uscirne.
VP: Lei ha percorso più volte il Cammino di Santiago insieme ad altri. Che cosa Le ha insegnato il pellegrinaggio sull’ottimismo, sulla compagnia e sull’attraversare le difficoltà?
Roberto Almada: Non sono un atleta ma quando ero più giovane ho anche corso delle maratone che mi hanno insegnato a perseverare in piccoli passi, perché tanto nel cammino di Santiago, come nella maratona, arriva un momento che il fisico non può continuare a correre, non può continuare a camminare. E allora uno continua a camminare per la fede e per il desiderio di arrivare, e poi anche questo desiderio di arrivare svanisce e appare il cuore che ti sostiene a compiere piccoli passi con perseveranza. Si dice che nella maratona si inizia correndo con le gambe, si continua con la mente e si finisce col cuore. Lo stesso è per il cammino di Santiago: è una preparazione all'incontro col Santo, con l'apostolo, a cui uno arriva già praticamente sfinito. Però, proprio per quello sfinimento, uno può ascoltare la parola di Dio dopo quel pellegrinaggio. Perciò tanto le maratone come il Cammino di Santiago mi hanno insegnato a perseverare quando il fisico sembra non farcela più.
VP: Secondo Lei, esiste un legame tra il messaggio dei Focolari e gli scritti dell’anacoreta inglese Giuliana di Norwich nelle Rivelazioni dell’Amore Divino? Papa Benedetto XVI descrisse il suo libro come portatore di “un messaggio di ottimismo” fondato sulla certezza di essere amati da Dio e protetti dalla Sua Provvidenza. Vede una parentela spirituale tra l’ottimismo di Madre Giuliana e il carisma dei Focolari?
Roberto Almada: Sì, il messaggio di questi grandi santi, come Giuliana di Norwich, è un messaggio che contiene ottimismo. Ma in che senso? Nel senso che persino all'inferno Dio continua ad amare. E persino lì l'amore di Dio è la forza vincente. Anche nelle situazioni più gravi, Chiara Lubich prese come motto un verso del sommo poeta italiano, Dante Alighieri: Omnia vincit amor. Ci dice che nonostante tutto, nonostante i nostri peccati, l'amore di Dio è più grande e non c'entra con i nostri meriti e tanto meno con le nostre colpe. È una sorgente di amore e misericordia che non si ferma mai e che non si può fermare, che continua a inondare la nostra vita di amore e misericordia. Perciò questi santi, come Giuliana di Norwich, o la Serva di Dio, Chiara Lubich, dicevano: non importa se vado all'inferno, perché anche lì arriverà l'amore di Dio. Guardi, può essere paradossale questo, però ci fa pensare che si può ricominciare sempre.
VP: Ho anche visto che, durante l’udienza con il Papa, Roberto ha fatto riferimento al grande amore dei Focolari per il canto. Che cosa avete cantato insieme al Papa, e che cosa ha espresso quel momento dello spirito ottimistico dei Focolari?
Roberto Almada: Anche nel campo di concentramento, racconta Viktor Frankl, si organizzavano serate artistiche, persino i nazisti volevano ascoltare i prigionieri. C'è un film famoso che lo racconta e vuol dire il canto, l'arte sono un’anticipazione di Dio nella nostra vita terrena e perciò è molto ottimistico.
Guardi, lei si riferisce al fatto che con un gruppo del Movimento attendevamo l’arrivo del Santo Padre che era in forte ritardo. L’abbiamo aspettato cantando. Allora il canto era in qualche modo anticipazione nell'attesa? Forse aiutava persino a superare la paura che per qualche motivo non potesse arrivare?
Poiché il canto è arte, lo considero qualcosa che Dio ci ha donato, qui in terra, come un’anticipazione di quel che sarà il contemplarlo tutta l'eternità.
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